La Forza Psicologica del Perdono

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L’acqua non resta sulle montagne, né la vendetta in grande cuore.(Proverbio cinese)

 

“Perdonarlo dopo quello che mi ha fatto???? Neanche morto. Non avrò pace fino a che non avrò vendetta.”

Questo è forse uno dei leitmotiv più comuni nel caso di conflitto tra coppie, soci in affari, amici (ex, ormai).

Chi subisce un torto o un’offesa che ritiene ingiusta, in diverso modo e con gradi e sfumature diverse, tende a restituire lo sgarbo o cercare ‘giustizia’. E per fortuna esiste una giustizia legale, che porta con sé già una sorta di punizione, altrimenti, come sosteneva Hegel, l’ingiustizia genererebbe sicuramente un continuo scatenarsi della vendetta.

In questo contesto, l’idea di perdonare sembra fuori luogo, innaturale, troppo ‘religiosa’, per deboli, in una parola, INUTILE.
Noi (e con noi una discreta linea di ricerca psicologica) siamo convinti del contrario.

Vediamo intanto cosa si intende per “perdono psicologico” (parleremo semplicemente, da qui in avanti, di perdono), o meglio vediamo cosa non è.

Il Perdono NON è.

Dimenticare.

Il perdono è un complesso repertorio affettivo, cognitivo e comportamentale. Non significa dimenticare il torto subito. Significa il lasciare andare le emozioni negative, tossiche, causate dal torto subito. Senza per forza dimenticarlo né cambiargli significato. La rabbia, l’odio, il desiderio di vendetta sono reazioni comuni ad un torto. Ciò che va a minare il benessere psico fisico è invece il trattenere tali emozioni dentro di sé a lungo. Citando Nelson Mandela, “chi non perdona è come chi assume il veleno sperando che così muoia il suo nemico”.

Riconciliare.

Non necessariamente devo avere nuovamente un buon rapporto con chi ho perdonato. Il perdono, dal punto di vista psicologico, è una dimensione personale. Soggettiva. Lascio semplicemente andare le emozioni che mi fanno male e lo faccio per me stesso. Senza dimenticare né sminuire l’accaduto. Ma senza dover per forza sedermi ancora allo stesso tavolo dell’offensore.

Giustificare.

Si parla in questo caso di pseudo perdono. Giustifico chi mi ha fatto un torto cercando una spiegazione razionale al suo comportamento, ma in realtà continuo a covare sentimenti di vendetta e rivalsa. Tipicamente si trova all’interno di relazioni in cui, per paura di rovinare la relazione stessa, la parte offesa tende a sminuire l’azione dell’offensore, giustificandolo. Il perdono, in realtà, avviene più sul piano emotivo che cognitivo. Scelgo di gestire le emozioni negative che derivano dal torto che rimane, in tutto il suo significato ed effetti, un torto subito.

Essere deboli.

Perdonare non è un segno di debolezza, anche se un certo filone culturale ci vuole, forti, spietati, lucidi, razionali, privi di emozioni negative…

Il debole non sa perdonare. Il perdono è prerogativa del forte. (Mahathma Ghandi)

Spontaneo

Non pensare più all’accaduto. Cancellare un ricordo non è un processo sotto il nostro controllo. Perdonare significa, al sorgere del ricordo del torto subito, osservare le emozioni che sorgono spontanee a seguito del ricordo e lasciarle andare così come sono arrivate. In altri termini significa trattare le emozioni per ciò che sono: semplicemente emozioni. Perdonare, molto spesso, è una scelta razionale, non un meccanismo che accade spontaneamente.

Immediato.

Subisco un torto e, se sono un essere umano, non sono disponibile e pronto a perdonare immediatamente. Strelan e Covic (2006) individuano 5 stadi del processo che porta a perdonare:

Sul punto 5. la dottrinaè divisa. Sufficiente, a nostro avviso e come già affermato, è semplicemente lasciare andare ciò che di tossico il desiderio di vendetta porta con sé.

Effetti del perdono

E quindi? Perché perdonare?

Sappiamo dalla psicologia evolutiva che le emozioni, soprattutto quelle negative, hanno giocato un ruolo fondamentale nel permettere al genere umano di sopravvivere ed adattarsi ad un ambiente che, oramai, in larga parte domina.

Per contro, le stesse emozioni negative hanno effetti deleteri sull’equilibrio psicofisico degli individui nel lungo termine.

Coerentemente, anche le ricerche sul perdono tendono a confermare la posizione sopra esposta. In particolare, studi recenti hanno verificato che chi perdona:

  • Ha abitudini di vita più salutari
  • E’ più ottimista
  • E’ più soddisfatto di sé e della propria vita
  • Presenta minori livelli di stanchezza, stress, solitudine, depressione

Conclusioni.

Lo dice la scienza: il perdono è un processo adattivo. Ci permette di migliorare la nostra situazione nel mondo. Tale assunto però non è valido in senso assoluto. Esistono relazioni, magari non ben consolidate, dove perdonare offese o torti ripetuti e gravi, non risulta essere la soluzione più idonea. Occorre un po’ di cautela ed in alcuni casi, un supporto professionale per i casi più gravi o ambigui.

Ciò che emerge forte e chiaro da decenni di ricerca e di pratica clinica, in definitiva, è che il perdono è un meraviglioso atto di egoismo, un processo volontario che ci libera dal giogo del torto subito e ci permette di ricominciare a vivere una vita piena e ricca di bellezza e di significato.

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