Consumo consapevole e mindfulness

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“Consumare è una forma dell’avere, forse quella più importante per l’odierna società industriale opulenta. Il consumo ha caratteristiche ambivalenti: placa l’ansia, ma impone anche che il consumatore consumi sempre di più, dal momento che il consumo precedente ben presto perde il proprio carattere gratificante.”

Così Erich Fromm descriveva la società occidentale degli anni ’70 nel suo capolavoro “Avere o essere?”. Una società nella quale, ovviamente, non esistevano ancora i banner pubblicitari di internet, non si passavano le domeniche nei centri commerciali, non c’era Amazon con le sue offerte e l’esposizione dell’individuo alla spinta del consumo era molto inferiore. Ciò che Fromm raccontava, e di cui si preoccupava, si è manifestato a livelli probabilmente inimmaginabili.
Consumare è un’attività talmente diffusa e radicata nell’uomo moderno, da essere diventata scarsamente consapevole. Quante delle cose che acquistiamo sono realmente necessarie? Quanto tempo passiamo senza acquistare alcunché? Siamo davvero consapevoli di quante cose compriamo e consumiamo? Soprattutto, siamo consapevoli del perché consumiamo?

Il consumo (in)consapevole.

 

Quando non stiamo lavorando, il nostro tempo libero diventa tempo del consumo. Consumare rappresenta al contempo il riposo, lo svago e la ricompensa per il lavoro svolto.
In realtà, il consumismo ha molto a che fare non soltanto con la gestione economica della propria vita, ma anche con le gestione di fenomeni interni come le emozioni, le sensazioni e i pensieri. Il legame tra consumare e condizione emotiva è infatti molto forte e diffuso: siamo tristi? Compriamo qualcosa per tirarci su. Siamo annoiati? Diamo un’occhiata alle offerte su internet. Siamo nervosi? Mangiamo qualcosa per “calmarci”. Vogliamo trascorrere una giornata rilassante? Usciamo a comprare qualcosa. Non ci sentiamo bene? Ingoiamo subito un farmaco. E se accade qualcosa di bello? Consumiamo comunque, per festeggiare. Stiamo diventando incapaci di stare con quello che proviamo e quando non consumiamo sentiamo il peso di non far nulla.
Consumare ha la funzione di “distrarre” l’individuo da ciò che sta provando, provocando uno scollamento dalla sua condizione emotiva; in sostanza, consumare è un antidoto contro le emozioni. Dato che ciò che si sta provando è spiacevole (e quindi erroneamente considerato sbagliato), lo si sostituisce con una leggera scarica di dopamina (il neurotrasmettitore della “ricompensa”) provocata dall’acquisto.

 

Il consumo consapevole.

 

Consumare senza consapevolezza, però, significa soprattutto lasciare ad altri, principalmente alle aziende, la scelta di cosa vogliamo volere. Come emanciparsi da tutto ciò? Ancora una volta, la chiave è la consapevolezza.
Consapevolezza che si traduce nel conoscere i meccanismi, in relazione l’un l’altro, che portano a consumare; quelli che ci condizionano culturalmente (pubblicità, promozioni, status symbol, mode, ideali, ecc…) ma soprattutto quelli interni (emozioni, sensazioni, pensieri).
La mindfulness, in questo senso, può rappresentare un’efficace supporto, insegnandoci a:
– porre attenzione consapevolmente al momento presente, salvaguardandoci dai meccanismi automatici che ci portano a consumare;
– imparare “semplicemente” a stare con ciò che si sta provando;
– evitare di farsi travolgere dalla necessità di modificare o sopprimere le proprie emozioni tramite bisogni fittizi;
– smarcarsi dalla reazione automatica di consumare ogniqualvolta si abbia del tempo libero, o reagire con il consumo quando la situazione non sia esattamente come vorremmo;
– infine, riprendere possesso di se stessi e, così, della libertà di scegliere cosa volere davvero.

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