Migliorare la prestazione sportiva con la Mindfulness

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Cosa cerca un atleta? Cosa si aspetta dalla preparazione mentale?

Premetto che l’accezione di sport a cui mi riferirò in questo articolo è lo sport inteso come competizione. Non necessariamente uno sport in particolare, né uno sport svolto ad alto livello, ma NON lo sport inteso come sinonimo di attività fisica per il benessere o fitness. Il termine chiave per identificare ciò a cui mi riferisco è “prestazione”.

L’atleta che si rivolge ad uno psicologo dello sport vuole migliorare la propria prestazione. Vuole sgomberare il campo dai quei piccoli o grandi impedimenti mentali che non gli permettono di raggiungere il proprio limite, qualunque esso sia.

Noi psicologi siamo così complicati che abbiamo creato anche una bellissima definizione di ciò che cerchiamo di ottenere: un’azione sportiva di qualità, così come movimenti e focus attentivo orientati all’azione stessa o ad obiettivi distali importanti (Functional Athletic Behaviour – FAB). In pratica cerchiamo che l’atleta faccia ciò che sa già fare in maniera automatica e fluida. Ciò che l’atleta non sa fare, non glielo insegna lo psicologo, ma l’allenatore.

Cosa impedisce di raggiungere il FAB? Sembrerà paradossale: il funzionamento ‘standard’ della nostra mente. L’insieme di pensieri, giudizi, aspettative che rimbalzano come palline da ping pong uscite da ‘chissàdove’ nella testa dell’atleta.

E come si fermano? In questo atleti e non atleti non fanno differenza. Le nostre menti funzionano alla stessa maniera. Non c’è modo di fermarli e anzi, il tentativo di farlo ci fa ottenere risultati paradossali. Il rimedio peggio del buco. La tentata soluzione che crea il problema.

In questo ci soccorre la mindfulness. La pratica formale di Mindfulness, intesa come il portare la propria attenzione in maniera deliberata e non giudicante al momento presente (definizione di Kabat Zinn, non mia ovviamente), ci permette di allenare la nostra capacità di osservare senza necessariamente reagire a ciò che osserviamo (i nostri pensieri).

Vediamolo con un esempio. Alzi la mano chi, dopo una giornata di preoccupazioni su problemi vari, non si trova con spalle, collo, schiena contratti. Pensiamo ora ad un maratoneta. Che per 42,195 km pensi costantemente: “ce la farò?” oppure “non mi sento molto in palla, sicuramente mollerò”. Pensieri leciti, forse anche veri (almeno nel secondo caso), ma utili quanto? A decontrarre o contrarre la muscolatura?

Ecco, la pratica di mindfulness insegna proprio questo: ad osservare i propri pensieri così come sono ed esattamente per quello che sono: un prodotto della mente. E a lasciarli andare, permettendo un’azione più decontratta ed efficace.

La ricerca e la pratica sono ormai d’accordo che la Mindfulness sia uno dei terreni elettivi dove coltivare la prestazione degli atleti. Tale accordo ha fatto nascere un protocollo, il MAC (Mindfulness Acceptance Commitment – Gardner e C., 2007) che viene ad oggi ampiamente utilizzato a discapito di Training più tradizionali sulle cosiddette Psychological Skills (basati fondamentalmente su tecniche legate al cognitivismo classico, quali il self talk o il goal setting). Anche se un training di Mindful classico va benissimo comunque, a mio avviso.

Anche nello sport quindi, come in altri ambiti, la Mindfulness ha portato un cambiamento radicale non solo dal punto di vista della tecnica psicologica, ma anche dal punto di vista dell’approccio all’allenamento e alla competizione.
Una rivoluzione?? L’esperienza pratica mi dice di sì e la ricerca è concorde. L’onda lunga della mindfulness cresce e si propaga, anche nello sport!

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